Ott 07 2009

Sonata Arctica – The Days Of Grays

Categoria: Musica e LibriEverland @ 17:57

Debutta sulle pagine musicali di questo blog un gruppo finlandese molto amato in patria e nell’europa metallara. Si tratta dei Sonata Arctica, gruppo power-progressive metal attivo fin dal 1996 e con ben 7 album nel carniere. L’ultimo di questi è il nuovo lavoro della band capitanata dal singer Tony Kakko e s’intitola The Days Of Grays, pubblicato poche settimane fa con etichetta Spinefarm Records. Il disco era molto atteso perchè il precedente Unia, molto sperimentale e ricco di tracce non lineari, non aveva soddisfatto tutti i fan di vecchia data, affezionati a ritmo veloce con batteria in doppia cassa, riff penetranti e linee vocali intense.
Tony e i suoi amici finnici, nel periodo pre-release, avevano garantito un moderato ritorno al passato, o meglio, alla semplicità… sarà vero? Scopritelo leggendo la recensione del sottoscritto dopo il salto.

I Sonata Arctica hanno contribuito alla storia del metal. Nominati a furor di popolo come eredi dei connazionali Stratovarius, hanno saputo proporre negli anni il loro sound deciso e rapido ma allo stesso tempo melodico e di non difficile assimilazione. Col passare del tempo, però, la naturale crescita personale dei componenti ed in particolar modo del leader indiscusso Tony Kakko, cantante e autore di tutti i testi, ha influito sulla complessità della struttura compositiva, sia a livello musicale che contenutistico. Il passaggio è stato graduale fino a Reckoning Night, poi Unia ha spaccato in due la loro discografia, aggiungendo sperimentazioni fin troppo accentuate per gli standard seguiti fino a quel momento. The Days Of Grays, come promesso nelle interviste pre-release, fa un passo indietro rispetto al precedente lavoro… ma solo uno.
L’album si apre con l’onirica intro strumentale Everything Fades To Gray che prelude ad una scoppiettante parte iniziale guidata dall’ottima Deathaura, lungo pezzo introdotto dalla suadente voce di Johanna Kurkela, primo esperimento di voce femminile nelle canzoni dei Sonata. Cambi di ritmo, melodie ed imponenti inserti orchestrali scandiscono gli abbondanti sette minuti che non lasciano insoddisfatti. Le seguenti The Last Amazing Grays e Flag In The Ground rimandano ad echi di singoli più vicini alle orecchie di un pubblico meno educato agli arzigogoli dei finlandesi. L’immediatezza, però, non fa rima con scontatezza (soprattutto per la prima canzone), mentre la trascinante seconda evoca vecchi ricordi (e ne ha ben motivo, essendo una versione riveduta e corretta di un pezzo scritto 13 anni fa). Pausa: tocca a Breathing, ballata che non aggiunge e non toglie niente all’acclamato filone di lenti del gruppo. Zeroes e The Dead Skin sono probabilmente i brani più vicini allo stile a tratti incomprensibile di Unia, con l’unica differenza che in questi casi (così come in generale per tutte le canzoni) la ricercatezza sembra avere un filo conduttore ed un’omogeneità di fondo particolarmente apprezzabili. Questo si nota con ancor più forza in No Dream Can Heal A Broken Heart, dove ritorna la voce della Kurkela, in grado di offrire nuove dimensioni e direzioni agli stati d’animo ballerini di Tony. Subito dopo As If The World Wasn’t Ending, lento che non incide, e The Truth Is Out There, di passaggio verso il finale dove chiude il quadro la versione completa di Everything Fades To Gray, probabilmente meno ispirata rispetto alla controparte priva di strofe cantate.

Tracklist
1. Everything Fades To Gray (Instrumental) (voto: 7.5)
2. Deathaura (voto: 8.5) – “Your own fears will destroy everything”
3. The Last Amazing Grays (voto: 7.5) – “Hoping the young will lead the pack now”
4. Flag In The Ground (voto: 7) – “Freedom is everything and we are free”
5. Breathing (voto: 6.5) – “I built a bridge, you use the tunnel, now”
6. Zeroes (voto: 6.5) – “This destiny wrote us a life we now waste away”
7. The Dead Skin (voto: 7) – “Tears don’t mean anything if we don’t know when we’re sorry”
8. Juliet (voto: 7.5) – “I wonder how you can hold the cards for a dead man”
9. No Dream Can Heal A Broken Heart (voto: 7) – “One day we will run out tomorrows and yesterday’s become the stuff our dreams are made of”
10. As If The World Wasn’t Ending (voto: 6) – “Take me where I cannot hear the people calling me”
11. The Truth Is Out There (voto: 6.5) – “The truth is out there, somewhere between two fairy tales”
12. Everything Fades To Gray (Full Version) (voto: 6.5) – “Some things are needless to say”

Uno degli album metal più attesi del 2009 è finalmente arrivato. E a quanto pare ha fatto centro. Ormai è assodato che i Sonata Arctica hanno abbandonato la via della gloria fornitagli da interminabili cavalcate di note e ritornelli ispirati per coltivare un giardino musicale più variegato e difficile da far fruttare. Gli ultimi due album dei ragazzi di Kemi (città natale del gruppo) sono carichi di pezzi complessi e poco lineari, ma se in Unia tutto questo non sembrava avere uno scopo preciso, The Days Of Grays rimedia presentando agli ascoltatori un lavoro altrettanto difficile e che richiede numerosi ascolti per essere assimilato ma allo stesso tempo più maturo e apprezzabile sia da chi adorava le vecchie mid-tempo, sia da chi parteggia per l’innovazione ad ogni costo.
Voto: 7.5 per chi ha voglia di ascoltare ed elaborare, 6.5 per i meno pazienti

Per chi volesse un’anticipazione di questo album ecco il video ufficiale del singolo Flag In The Ground.

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5 risposte a “Sonata Arctica – The Days Of Grays”

  1. Frank ha scritto:

    nel ritornello (in termine tecnico com’e’ che si dice?) mi ricorda un altro pezzo…
    Comunque dalla tua recensione partono in tromba e finiscono piatti…

  2. Everland ha scritto:

    In termine tecnico si dice… ritornello! 😀
    O chorus…

    Beh, piatti no ma un po’ sottotono rispetto alla prima parte… cosa abbastanza comune, del resto.

    Ever

  3. Sleepdriver ha scritto:

    Secondo me i pezzi migliori di questo nuovo album (che mi è piaciuto tanto quanto Unia e i suoi predecessori) sono “The Truth Is Out There” (solo, peccato che il ritornello compaia soltanto due volte, pur essendo uno dei migliori mai composti dalla band) e “In The Dark” (che ha alcuni passaggi progressive che mi hanno ricordato i Camel)

  4. Everland ha scritto:

    Devo dire che dopo molti ulteriori ascolti ritoccherei anch’io qualche voto, soprattutto nella parte centrale dell’album…

    Ieri a Milano è stato un bel concerto, da quel che ho potuto sentire e vedere… 🙂

    Ever

  5. Sleepdriver ha scritto:

    Il riff di “Flag In The Ground” ricorda moltissimo e ai limiti del plagio la splendida “To Cut A Long Story Short” degli Spandau Ballet, anno 1980, quando facevano cose interessanti, altro che la tarda stucchevolezza di “Through The Barricades”!



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