Mar 02 2010

Invictus

Categoria: Cinema e TVEverland @ 18:44


Febbraio stava per scivolare via senza alcuna modifica allo 0 presente nella casella “numero di film visti al cinema”. Invece, con un colpo di coda degno del migliore scorpione, ecco arrivare in extremis il biglietto (gentile omaggio) per la visione di Invictus, pellicola ispirata ad una piccola porzione della vita presidenziale di un grande uomo del ‘900: Nelson Mandela.
Ecco dunque la solita breve recensione del sottoscritto…

Nelson Mandela è il neo-eletto presidente del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale, ma per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C’è uno sport molto diffuso nel Paese, il rugby, e c’è una squadra, gli Springboks, che catalizza l’attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell’apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell’operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar.

La sesta fila aggiudicata al botteghino non rende giustizia alla qualità del film, di cui non si possono gustare tutti i minimi dettagli anche se, per fortuna, la velocità del montaggio non è tale da compromettere la visione. Anzi.
Il faccione di Morgan Freeman che impersona Nelson Mandela appare presto sul grande schermo (grandissimo, vista la vicinanza) e subito inonda gli animi degli spettatori con frasi ed atteggiamenti da leader spirituale e umano, ancor prima che politico. Già il signor Freeman ha l’incredibile dono di riuscire a dare spessore a qualsiasi personaggio interpreti… se poi pensiamo che Madiba ha già tanto spessore di suo…

La trama si dipana con calma ma senza annoiare (la durata totale sfora il limite “psicologico” delle 2 ore). Il film è ambientato nel 1995, poco dopo la nomina di Mandela a presidente del Sudafrica. L’apartheid ha piegato molte persone, ma non lui. E lo scopo di far rinascere il suo Paese parte dalla volontà di accomunare, di perdonare, di unire le due facce del popolo, bianco e nero, di fondare la cosiddetta “nazione arcobaleno”. Le strade sono tante ma la decisione di affidarsi allo sport sembra azzardata. Eppure veicolare il messaggio di fratellanza attraverso il rugby sortisce i suoi effetti. La squadra degli Springboks recepisce pian piano le idee di Mandela grazie al lavoro del capitano Pienaar, interpretato da un fisicamente pompatissimo Matt Damon, sempre inappuntabile. E vince, a sorpresa, il campionato del mondo organizzato proprio in Sudafrica. La strada per sconfiggere il razzismo e la povertà nel paese non è ancora completa, probabilmente, ma in quel preciso momento è iniziato un percorso importante che si spera possa proseguire e, un giorno, terminare con la soddisfazione di tutti coloro che credono nella fratellanza.

Il film non è sicuramente dei più adatti alla visione in sala. Un buon TV 16:9 e un dvd possono farlo vivere con la stessa intensità. Quello che conta però è il contenuto e c’è da dire che le parti degne di nota sono tante, quelle istruttive ancora di più. Dalle massime di Mandela all’evoluzione del rapporto tra le guardie della scorta personale (un gruppo di colore e uno no), dallo status familiare di Pienaar (col padre incredulo sul nuovo governo e una governante colored) alla reazione dei bambini verso gli Springboks. Tutto è amalgamato con armonia e senza eccessiva enfatizzazione. Le capacità e le doti del presidente sudafricano e del suo progetto di rinascita vengono sottolineate in maniera essenziale dalla regia asciutta di Clint Eastwood, capace di confezionare un titolo biografico-sportivo che non modifica i canoni del genere ma si lascia guardare con estrema attenzione. Insegnando a chi osserva che non si finisce mai di imparare e che solo noi siamo i “padroni del nostro destino, capitani della nostra anima”.

La frase: Se io non so cambiare quando le circostanze lo impongono come posso chiedere agli altri di cambiare? (Mandela)

Voto: 7



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